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Un bancomat per i tuoi desideri

ottobre 19, 2018

milky-way-1023340_1920Qualsiasi obiettivo tu ti ponga ha a che fare con la tua storia personale. Ogni desiderio alla base di un obiettivo ha a che fare con te nel bene e nel male. Tutto nasce da queste due dimensioni:

  • una proiezione, una visione, sulla base di qualcosa che conosci e che ti è piaciuto, oppure un sogno o un’ispirazione dall’immaginazione della tua infanzia, un processo di modellamento che dura tutta la vita, quindi hai conosciuto qualcosa che ti ha spinto a pensare che quella situazione, quello stato dell’essere, quel traguardo rappresenti qualcosa di meglio, un passo in avanti verso la felicità
  • oppure desideri qualcosa perché rappresenta un cambiamento, una sfida, un incentivo ad uscire da uno stato che dev’essere superato ed elaborato e che ti spinga a sprigionare un’energia tale che ti permetterà di guardare negli occhi le tue paure, i tuoi mostri interiori

Dunque è fondamentale riconoscere che desiderare è un processo profondamente umano, che ha a che fare con la tua storia personale.

Ma come inflenza il desiderio, la nostra società con la sua virtualità, i suoi ritmi, il suo mettere tutto a portata di mano allontanando però l’accesso alle persone vere in carne ed ossa e alle loro emozioni? I rapporti espressi con la lingua di internet, dei social e delle chat sono fatti di brevità e sospesi, intuizioni fugaci di comunicazioni parziali. Il cervello è spinto a completare velocemente i messaggi, a permanere nello sfuggente, nel parziale nella solitudine emozionale lenita da qualche faccetta priva di corpo, gli emoji. Ansie e paure di superamenti e di perdite, passarsi vicino in uno spazio irreale senza mai toccarsi, costruire immagini che ben poco hanno a che fare con la realtà se non per un disperato bisogno di approvazione, se è questo il canale su cui ci si confronta, il desiderio diventa una proiezione nel vuoto.

La dimensione immaginifica, vasta e transpersonale del desiderio, si riduce in questo modo, al conteggio dei like sui social e a quello che degli altri appare ma non si conosce. E pensare che l’etimologia della parola “desiderio” è fra le più belle della lingua italiana. “De sidus” letteralmente la distanza che ci separa dalle stelle, desideriamo perché ci mancano le stelle. Riumanizzare il desiderio implica una serie di predisposizioni emozionali e sentimentali verso il se stesso, l’essere umano che desidera: pazienza, amor proprio, auto osservazione e auto riflessione, meditazione, ricerca del più vasto, dell’oltre il sé, connessioni dei desideri con l’ambiente e con il mondo. Dunque è importante lavorare su questo piano.

Un bancomat dei desideri è quello dell’euforia da consumo, spingi il tasto e tutto arriva, tutto e subito. Innegabilmente appetitosa l’immagine del bancomat dei desideri, che peraltro rispecchia i criteri della simultaneità, cioè diquando il desiderio si avvera subito dopo essere stato espresso, a volte comtemporaneamente come quando diciamo “non ho fatto a tempo a pensarlo che già accadeva”. Esiste perciò anche questo e tuttavia portare la realizzazione di un desiderio al consumo è riduttivo.

L’aspetto ancora più umano è che nel realizzare un desiderio c’è un processo di crescita molto importante, soprattutto per i desideri più grandi di cambiamento per i quali è necessaria una riconfigurazione, una risistemazione, un reinventare se stessi, un attingere alle risorse interne del nostro potenziale per usarle nella maniera più funzionale possibile, più utile e più creativa per quello che vogliamo raggiungere.

Questo processo conduce al confronto con la parte ombra. Qualcuno si tira indietro perché ha paura di affrontare pressioni emozionali e mentali, stati di indeterminazione e crisi dell’essere, e invece di dedicarsi alla considerazione di questi stati come segnali forti del cambiamento, dubita di sé, della qualità dei propri desideri, del fatto che ne sia degno, e quindi li abbandona sulla strada della realizzazione.

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